All’inizio di luglio, oltre 50 robot sono stati impiegati a Davos in occasione del Tech Summit. Per Marco Pavone, senior director of AI Research presso Nvidia e professore a Stanford, citato dalla rivista PME, «stiamo entrando nell’era della physical AI, in cui l’intelligenza non si limita più al mondo digitale, ma comprende, ragiona e agisce nel mondo fisico». Nel dossier che dedica al tema, PME pone una domanda semplice: la Svizzera può contare qualcosa in questa corsa, di fronte a una Cina che produce già in massa e a Stati Uniti che puntano sui propri modelli di IA?

Il contesto invita alla prudenza quanto all’attenzione. Circolano proiezioni come quella di Morgan Stanley, che parla di 1 miliardo di robot umanoidi in servizio nel mondo nel 2050. Ma la rivista ricorda anche che, nei fatti, i robot restano spesso lenti, talvolta goffi e lontani dall’essere del tutto autonomi.

Come funziona un robot potenziato dall’intelligenza artificiale

La physical AI designa un’IA capace di percepire il proprio ambiente e di agirvi. A differenza di un software classico, presuppone la convergenza di più discipline: modelli di IA, sensori, meccanica, elettronica e comprensione dell’ambiente.

Due esempi svizzeri descritti da PME mostrano concretamente che cosa significa. Il robot quadrupede ANYmal, di ANYbotics, impara a muoversi tramite apprendimento per rinforzo profondo: si allena prima in simulazione, poi riproduce questi movimenti nel mondo reale. Utilizzato nell’energia, nella chimica o nell’offshore, rileva ad esempio difetti dei cuscinetti tramite ultrasuoni o lievi scarti di temperatura tramite termografia. La flotta raccoglie oltre 150’000 punti d’ispezione al mese, che l’IA smista per individuare le anomalie. Per ora l’ultima parola sulla loro interpretazione spetta all’essere umano.

Flexion, fondata a Zurigo alla fine del 2024 in particolare da ex ricercatori di Nvidia, lavora all’altro capo della catena: il «cervello». La sua piattaforma Reflect deve permettere a un robot umanoide di comprendere un’istruzione in linguaggio naturale, poi di pianificare ed eseguire una sequenza di azioni, combinando un modello di visione e linguaggio e l’apprendimento per rinforzo. L’azienda insiste sulla capacità di rimediare dopo un errore, perché una serie di piccoli intoppi può far fallire un’intera missione. Ha raccolto 50 milioni di dollari nel 2025.

I punti di forza della robotica svizzera

Per Jan Kerschgens, esperto di innovazione e deeptech e condirettore del Centro svizzero per la sovranità digitale, la Svizzera dispone di «un ecosistema che pochi Paesi possono vantare»: una ricerca accademica di primo piano, con l’EPFL e l’ETH Zurich, unita a un tessuto industriale di precisione ereditato dalla microtecnica, dall’orologeria e dalla medtech. Secondo lui, la padronanza simultanea del software e della meccanica di alta precisione è rara, ed è proprio ciò che richiede la physical AI. Colloca il vantaggio svizzero nell’integrazione dell’IA embedded nella robotica industriale, medica o di assistenza.

Il percorso di ANYbotics funge da riferimento: fondata nel 2016, l’azienda conta oltre 200 collaboratori e ha raccolto circa 120 milioni di franchi. Altri attori occupano nicchie vicine, come Ascento, spin-off dell’ETH Zurich specializzata nei robot di sicurezza. Su un’altra scala, Nicolas Fontaine, direttore della società vallesana Workshop 4.0, nota per il suo Roboclette, vede nella sicurezza una delle principali sfide future.

Ciò che la Cina domina già

Sul versante cinese, le cifre citate da PME sono nette. Secondo McKinsey, i produttori cinesi rappresentavano il 57% delle installazioni di robot industriali in Cina nel 2024, contro circa il 28% dieci anni prima. «La Cina non è più principalmente un mercato per le tecnologie robotiche straniere; è diventata un produttore di primo piano a pieno titolo», riassume Christian Jansen, Partner presso McKinsey & Company.

Il meccanismo è industriale. Per i suoi robot la Cina riutilizza motori, batterie, sensori e componenti elettronici provenienti da due filiere già enormi, il veicolo elettrico e l’elettronica di consumo. In diversi poli, i pezzi necessari a un prototipo si trovano a breve distanza, il che accorcia i cicli di sviluppo: secondo Christian Jansen, un progettista può ottenere un pezzo modificato in pochi giorni anziché in pochi mesi, e realizzare più versioni in un anno. Nel campo degli umanoidi, una politica industriale sostiene la moltiplicazione dei modelli e dei test.

Christian Jansen ritiene tuttavia fuorviante parlare di una corsa con un solo leader: la Cina punta sui volumi e sui costi, gli Stati Uniti sull’integrazione verticale e sull’IA proprietaria, l’Europa mantiene un vantaggio in alcuni componenti di alta precisione.

Le debolezze: passare dal laboratorio al mercato

L’eccellenza scientifica non garantisce il successo industriale. Jan Kerschgens ritiene che i mattoni esistano e che la sfida sia soprattutto «far funzionare tutta la catena», dalla ricerca al mercato. Il punto debole che indica è il finanziamento della crescita: «Non mancano né le idee né i talenti, manca il capitale di crescita nazionale». Suggerisce di facilitare l’accesso delle casse pensioni, che investono ancora poco nel capitale di rischio, a questa classe di attivi, senza imporre loro scelte rischiose. Le fonti non quantificano il divario di finanziamento tra la Svizzera e i suoi concorrenti.

Mette anche in guardia dal rischio di diventare un semplice utilizzatore di tecnologie concepite altrove. Secondo lui, il valore dei robot di domani dipenderà tanto dai loro modelli di IA quanto dai loro motori e sensori, da cui l’interesse a proseguire gli sforzi nei modelli di IA aperti e nelle infrastrutture digitali.

Dove si giocherà la partita

La rivista PME rileva tuttavia che la Cina resta indietro sulla precisione dei movimenti, sui sensori, sull’elettronica di sicurezza e soprattutto sull’IA di punta. Alle aziende svizzere Christian Jansen raccomanda quindi di non cercare di competere sui volumi, ma di puntare sulla precisione e sull’ingegneria, di integrare la sicurezza nei prodotti e di vendere sottosistemi completi anziché semplici componenti. «La robotica sta venendo rivalutata come un’attività di physical AI piuttosto che come un’attività di macchine», osserva.

Le fonti descrivono dunque una Svizzera ben posizionata sulla ricerca e sulla precisione, ma confrontata con una sfida di industrializzazione e di capitale; la sua quota del mercato mondiale non vi è precisata. Resta da vedere, come nota PME, se la Cina saprà trasformare il suo vantaggio materiale in superiorità nell’intelligenza delle macchine: è su questo terreno, secondo la rivista, che la Svizzera e l’Europa hanno ancora una carta da giocare.

Fonti

  • PME: «Robotique: la Suisse peut-elle rivaliser avec les géants?»
  • PME: «Robots Chine: l’Europe peut-elle encore rivaliser?»
  • PME: «Robots: comment ils pourraient changer notre quotidien»