La seduta di giovedì 15 ottobre ha illustrato il dilemma della Riserva federale americana (Fed). Al mattino il dollaro arretrava a causa dei timori legati all’indebitamento degli attori dell’intelligenza artificiale (IA). Qualche ora più tardi, prezzi alla produzione (PPI) di settembre nettamente più elevati del previsto gli hanno permesso di cancellare le perdite.
Il corso del dollaro arretra al mattino
Secondo un dispaccio AWP/AFP ripreso da Allnews, verso le 10:55 di giovedì il biglietto verde cedeva lo 0,53% sull’euro, a 1,1217 dollari per un euro, e lo 0,49% sulla sterlina, a 1,3259 dollari per una sterlina.
Il giorno prima, tuttavia, il dollaro era salito. I prezzi al consumo (CPI) pubblicati mercoledì sono aumentati del 3,7% su base annua a settembre negli Stati Uniti, più del 3,6% atteso e dopo il 3,4% di agosto. Il dato aveva rilanciato l’ipotesi di un nuovo rialzo dei tassi della Fed in ottobre e mercoledì aveva portato il dollaro al massimo da maggio 2025 sull’euro.
Il movimento si è invertito nel giro di qualche ora. Questa inversione «sembra essere stata provocata da crescenti preoccupazioni riguardo all’indebitamento del settore dell’IA», commenta Chris Turner, analista di ING, citato da Allnews. L’azione di CoreWeave, società americana che costruisce centri dati ottimizzati per l’IA per affittarne la potenza di calcolo, è crollata del 16% mercoledì a Wall Street, per i timori sul suo livello di indebitamento e sul costo dei suoi prestiti. Se queste difficoltà dovessero pesare sulla crescita americana, la Fed potrebbe essere dissuasa dal rialzare i tassi, spiega il dispaccio. Così, «invece di rafforzarsi come bene rifugio, il dollaro si indebolisce man mano» che crescono le scommesse su una Fed «più accomodante», riassume Chris Turner.
Un PPI del 6,3% su base annua
L’altro segnale è arrivato dalle statistiche. Secondo Journal du Coin, che cita il Bureau of Labor Statistics, l’indice dei prezzi alla produzione è salito dell’1,3% a settembre su base mensile e del 6,3% su base annua. Gli economisti si aspettavano rispettivamente lo 0,5% e il 5,3%. L’aumento mensile è il più forte da marzo 2022 e il ritmo annuo il più elevato da dicembre 2022.
Il dettaglio mostra il peso dell’energia. I prezzi dei beni di domanda finale sono aumentati del 2,6% in un mese, il rialzo più forte dalla creazione della serie nel dicembre 2009. L’energia, in rialzo del 10,8%, spiega oltre l’80% di questo movimento; la benzina all’ingrosso è salita del 20,3%. A monte, il petrolio greggio è aumentato del 28,3% nel mese e l’energia non trasformata del 22,2%. I servizi progrediscono dello 0,8%, trainati da trasporto e magazzinaggio (+3,4%).
Al netto di alimentari, energia e margini commerciali, il PPI di fondo sale dello 0,5% su base mensile e del 5% su base annua. Journal du Coin vi vede il segno che lo shock petrolifero comincia a diffondersi al resto dei prezzi, una lettura che coincide con le parole di Jeff Schmid, della Fed di Kansas City, secondo cui l’inflazione «non è solo un problema di energia». Si tratta di un’interpretazione: il PPI anticipa spesso il CPI dei mesi successivi, ma nulla garantisce che la trasmissione avverrà allo stesso ritmo.
Il tasso della Fed prima del 28 ottobre
La Fed ha alzato i tassi dal 3,75% al 4% a settembre, sotto la guida di Kevin Warsh, e sedici dei diciotto membri del suo comitato prevedevano allora un ulteriore rialzo prima della fine dell’anno, ricorda Journal du Coin. Dopo il CPI di mercoledì, la probabilità di un rialzo il 28 ottobre, misurata dallo strumento FedWatch del CME, è passata da circa il 22% al 37%, con una punta oltre il 50% in seduta. La testata ritiene che questo scenario diventi centrale dopo il PPI, senza tuttavia pubblicare una probabilità aggiornata dopo i dati di giovedì.
Sul mercato dei cambi, il dollaro ha cancellato le perdite della mattinata dopo la pubblicazione del PPI, a 102,2 sull’indice DXY. I timori sull’indebitamento dell’IA depongono a favore della prudenza, l’inflazione dei prezzi alla produzione a favore di un nuovo giro di vite: le due fonti non permettono di dire quale di questi segnali prevarrà. La prossima tappa statistica è l’indice PCE, atteso il 27 ottobre, il giorno prima della decisione. Il PPI di ottobre sarà pubblicato solo il 13 novembre.
E per il franco?
Le due fonti consultate non menzionano né il corso del franco né i suoi effetti sull’economia svizzera. In termini generali, le variazioni del dollaro rispetto alle principali valute si ripercuotono sulle condizioni di cambio delle imprese svizzere che esportano verso gli Stati Uniti o fatturano in dollari; questi dati non permettono tuttavia di valutarne l’entità. Un calo del dollaro nell’arco di una mattinata, cancellato nel pomeriggio, non basta a delineare una tendenza.
Fonti
- Allnews (AWP/AFP): «Il dollaro ricade a causa dei timori sull’indebitamento del settore dell’IA»
- Journal du Coin: «Inflazione negli Stati Uniti: i prezzi alla produzione esplodono del 6,3%, la Fed non ha più scuse»




