Il deficit pubblico degli Stati Uniti si è ulteriormente aggravato. Tra ottobre 2025 e settembre 2026, ossia l’anno fiscale appena concluso, lo Stato federale ha speso 1’992 miliardi di dollari in più di quanto abbia incassato, secondo i dati pubblicati venerdì dal Dipartimento del Tesoro. Si tratta del 12% in più rispetto all’anno precedente, ovvero quasi 220 miliardi di dollari supplementari.

La deriva dipende meno da un calo delle entrate che dallo slancio delle spese. Queste ultime sono aumentate di 386 miliardi di dollari, due volte più rapidamente delle entrate (+169 miliardi). Entrambe le voci hanno raggiunto livelli record, secondo il Tesoro, nonostante la volontà dichiarata del governo di ridurre la spesa.

Dazi doganali rimborsati e onere degli interessi

Due fattori pesano in modo particolare. Il primo è giuridico. All’inizio dell’anno, la Corte suprema ha annullato la maggior parte dei nuovi dazi doganali imposti da Donald Trump, che avevano permesso di incassare 202 miliardi di dollari l’anno precedente. Il rimborso di queste sovrattasse è costato allo Stato federale 145 miliardi di dollari supplementari nel corso dell’esercizio. Da allora il presidente ha introdotto nuovi dazi doganali sugli scambi con i principali partner commerciali degli Stati Uniti, il che ha compensato una parte delle somme restituite.

Il secondo è finanziario. Gli interessi pagati sul debito americano sono aumentati di 144 miliardi di dollari (+12%), raggiungendo 1’360 miliardi. Nel corso dell’anno lo stock del debito pubblico ha superato la soglia dei 40’000 miliardi di dollari, attestandosi a 41’172 miliardi al 30 settembre. Il rendimento del titolo del Tesoro a 10 anni, valore di riferimento, è passato da meno del 4% nell’ottobre 2025 a oltre il 5,20% a fine settembre 2026.

Diversi elementi rendono più caro questo costo del debito, secondo il dispaccio AWP/AFP: l’aumento del debito, l’incertezza legata al conflitto in Medio Oriente, il rialzo dei tassi della Riserva federale (Fed) per combattere l’inflazione e la concorrenza, sui mercati finanziari, dei prestiti raccolti per costruire i centri dati dell’intelligenza artificiale. Quest’ultimo punto si ricollega alla nostra analisi sul debito dell’IA e le scelte della Fed.

Altre voci hanno appesantito il conto. Le spese per la difesa sono aumentate di 48 miliardi di dollari (+6%), in particolare a causa del conflitto in Medio Oriente. Medicaid e Medicare, i programmi di assistenza medica e sociale per i pensionati e le fasce di popolazione vulnerabili, sono cresciuti dell’8% ciascuno, pari a 120 miliardi di dollari di spese supplementari per il Dipartimento della Sanità, e ciò nonostante i tagli votati dal Congresso a maggioranza repubblicana. Sul fronte delle entrate, la buona tenuta dell’economia ha fatto crescere il gettito fiscale, in particolare quello delle persone fisiche, di oltre 270 miliardi di dollari, il che ha compensato solo in parte l’aumento delle spese.

Un rapporto stimato e letture divergenti

Rapportato alla ricchezza prodotta, il deficit federale rappresenterebbe circa il 6,2% del prodotto interno lordo (PIL) nel 2026, contro il 5,9% nel 2025. Questo rapporto rimane una stima: i dati del PIL per il periodo non sono ancora stati pubblicati.

Il discorso ufficiale traccia un’altra traiettoria. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha affermato a più riprese che l’obiettivo è riportare progressivamente il deficit verso il 3%, sostenendo al contempo l’economia per portare la crescita al 3%. Il Fondo monetario internazionale (FMI) prevede dal canto suo una crescita del 2,3% quest’anno, secondo il suo rapporto annuale sull’economia mondiale pubblicato all’inizio della settimana.

Presso Oxford Economics, l’economista Nancy Vanden Houten prevede che l’anno 2027 «dovrebbe chiudersi con un deficit simile», lontano dall’obiettivo del 3%, con persino «un rischio di buco di bilancio più elevato se la guerra in Iran prosegue durante questo anno fiscale». Avverte inoltre che «l’aumento dello stock di debito e dei tassi d’interesse su un periodo più lungo aumenterà la pressione sulla spesa del governo».

Dollaro, franco svizzero: i canali da sorvegliare

I dati del Tesoro non dicono nulla sul tasso di cambio, ma chiariscono i meccanismi che collegano le finanze pubbliche americane alla coppia dollaro franco svizzero. Due forze agiscono in senso opposto. Da un lato, rendimenti obbligazionari più elevati rendono in linea di principio più attraenti gli investimenti in dollari, il che tende a sostenere la valuta. Dall’altro, un debito che cresce più rapidamente delle entrate può alimentare dubbi sulla sostenibilità di bilancio e pesare sulla fiducia nel biglietto verde. Quale di queste due letture prevalga dipende anche dalla politica della Fed di fronte all’inflazione, una scelta descritta nel nostro articolo sull’inflazione americana di settembre.

Per le aziende esportatrici svizzere la posta in gioco è concreta. Una società che fattura una parte delle sue vendite in dollari vede il valore di queste entrate, una volta convertite in franchi, variare con il tasso di cambio. Un dollaro che si indebolisce rispetto al franco erode i loro margini; un dollaro più solido li sostiene. A ciò si aggiunge l’incertezza commerciale, tra dazi annullati e nuove sovrattasse.

Le prossime pubblicazioni del Tesoro e l’evoluzione dei tassi a lungo termine diranno se il deficit del 2026 resterà un picco o diventerà la norma, come teme Oxford Economics.

Fonti

  • Allnews (AWP/AFP): «USA: il deficit pubblico si è aggravato nell’anno fiscale 2026»