Mercoledì 14 ottobre il procuratore di Brooklyn, Eric Gonzalez, ha annunciato lo smantellamento dell’infrastruttura di una rete di frode con le criptovalute. Insieme all’FBI, la sua unità specializzata ha sequestrato o messo fuori uso 241 siti web e 112 server, al termine di tre anni di indagini. La truffa prendeva di mira vittime russofone negli Stati Uniti e avrebbe sottratto decine di milioni di dollari, secondo il Journal du Coin.
Finora sono stati sequestrati circa 300’000 dollari e non è stato annunciato alcun arresto. Il caso resta aperto. L’interesse dell’operazione sta meno in questi importi che nel metodo: colpire le macchine anziché le vetrine.
Come funzionava questa truffa crypto
Il modus operandi descritto dal procuratore segue la meccanica classica della truffa sugli investimenti. Si svolgeva in più fasi:
- L’esca: annunci su Facebook in lingua russa promettevano opportunità di rendimento.
- Il contatto: falsi consulenti finanziari chiamavano poi le persone interessate e le guidavano verso l’acquisto di criptovalute.
- Il deposito: queste criptovalute dovevano essere inviate su piattaforme di trading fraudolente, controllate dalla rete.
- Il blocco: al momento di prelevare i fondi, gli investitori si vedevano bloccare il conto, oppure la piattaforma esigeva pagamenti supplementari presentati come tasse o commissioni.
La rete non si fermava qui. Secondo i dati sequestrati, ricontattava le vittime qualche settimana dopo per proporre loro di recuperare i fondi, in cambio di nuovi versamenti. Una promessa menzognera, che equivale a far pagare due volte le stesse persone. Secondo Eric Gonzalez, alcune vittime hanno perso tutti i loro risparmi.
Il Journal du Coin rileva inoltre che il software alla base di questo tipo di falso trading viene venduto come una soluzione chiavi in mano. In altre parole, allestire una falsa piattaforma non richiede competenze tecniche avanzate: lo strumento si compra, i siti si moltiplicano.
Colpire i server anziché i nomi di dominio
È qui che l’operazione si distingue. La Virtual Currency Unit del procuratore aveva già sequestrato o messo fuori uso 400 domini legati alla frode sugli investimenti in criptovalute. Ma i siti sostitutivi continuavano a proliferare: ogni chiusura richiamava la sua copia.
Questa volta gli inquirenti hanno preso di mira i server, ospitati da aziende dell’Europa dell’Est e degli Stati Uniti. Erano questi a conservare i dati delle vittime e il software della rete. L’obiettivo dichiarato è impedire agli operatori di rilanciare rapidamente nuove piattaforme.
Nella sostanza, la logica si comprende. Un nome di dominio si sostituisce facilmente; un’infrastruttura che contiene il software, gli archivi delle vittime e la configurazione delle piattaforme costa di più da ricostruire. L’azione non neutralizza comunque gli autori, che non sono stati arrestati. Li rallenta, senza garanzia di durata: finora queste reti hanno spesso saputo riapparire sotto altri nomi.
Un fenomeno di ampia portata negli Stati Uniti
Il contesto dà la misura del problema. Secondo il rapporto annuale dell’FBI per il 2025, le truffe sugli investimenti in criptovalute rappresentavano circa l’84% degli 8,65 miliardi di dollari di perdite legate alla frode sugli investimenti. Considerando tutte le categorie di criminalità informatica, le perdite legate alle criptovalute raggiungevano 11,37 miliardi di dollari, ossia circa il 54% del totale.
L’FBI ha inoltre rivendicato 17 miliardi di dollari sequestrati nell’operazione Blackout, segno che le autorità americane hanno fatto delle criptovalute una priorità nella lotta contro la frode online.
I segnali d’allarme da conoscere
Questo caso riguarda vittime negli Stati Uniti, ma lo scenario non ha nulla di locale. Anche in Svizzera le truffe online sono seguite con attenzione, come ricordava il nostro articolo sull’inchiesta Crime Survey 2025. Diversi segnali, tratti dal modus operandi descritto a Brooklyn, devono mettere in allerta:
- un annuncio su un social network che promette un rendimento, talvolta nella lingua materna della persona presa di mira;
- un «consulente» che chiama di propria iniziativa e spinge ad acquistare criptovalute per trasferirle su una piattaforma da lui raccomandata;
- una piattaforma che blocca i prelievi o chiede tasse e commissioni prima di sbloccare i fondi;
- un’offerta, a posteriori, di recuperare il denaro perso in cambio di un nuovo pagamento.
Quest’ultimo punto merita un’attenzione particolare: una vittima già truffata resta un bersaglio. Le truffe crypto seguono del resto anche altre strade, come questo falso aggiornamento del firmware Ledger che mirava alla frase di recupero dei portafogli.
Fonti
- Journal du Coin: «Fraude crypto : le FBI et Brooklyn démantèlent l'infrastructure d'un réseau qui visait les russophones»




