Il corso del bitcoin e quello di un ETP che lo replica si sovrappongono quasi perfettamente. Ma in una guida pubblicata il 16 ottobre 2026 per i risparmiatori francesi, il Journal du Coin ricorda che tutto cambia non appena si guarda chi possiede cosa e quanto si paga ogni anno. La sua parte fiscale riguarda la Francia e non è trasponibile alla Svizzera; i meccanismi, invece, valgono per chi si chiede come acquistare bitcoin in Svizzera: direttamente su una piattaforma, oppure sotto forma di titolo quotato tramite la propria banca o il proprio broker.
Bitcoin diretto o titolo quotato: chi possiede cosa
Nell’acquisto diretto si comprano BTC su una piattaforma di scambio centralizzata, per poi lasciarli lì o trasferirli nel proprio portafoglio, detto non custodial. In questo caso solo il detentore possiede la «chiave privata» che autorizza a spendere i token. Se restano sulla piattaforma, sono intestati a lui, ma sotto la custodia di quest’ultima.
Un ETP (Exchange Traded Product) è un titolo quotato il cui prezzo segue il corso del bitcoin. Non potendo diversificare, come le regole europee impongono agli ETF, si tratta spesso di un titolo di credito emesso da una società dedicata. I prodotti detti «fisici» detengono realmente i bitcoin corrispondenti, affidati a un depositario professionale. L’esempio citato è l’Amundi Bitcoin ETP, quotato su Euronext Paris dal 24 aprile 2026, i cui bitcoin sono custoditi da CACEIS Bank Luxembourg, filiale del Crédit Agricole.
Con un ETP bitcoin, quindi, l’investitore non possiede alcun bitcoin, bensì un credito nei confronti dell’emittente. Non può né ritirare veri BTC, operazione riservata ai «partecipanti autorizzati», né pagare con essi: la sua unica via d’uscita è la rivendita del titolo in Borsa.
Costi: un costo d’ingresso contro commissioni annuali
Nell’acquisto diretto si paga soprattutto all’acquisto e alla vendita: commissione della piattaforma e differenza tra prezzo di acquisto e di vendita. Secondo il Journal du Coin, il conto va da circa lo 0,1 % su un classico book di negoziazione all’1,5 % o più con i pulsanti di acquisto «semplificati», oltre a eventuali commissioni di rete. Detenere i token, poi, non costa nulla.
Con un ETP la commissione di intermediazione è spesso modesta, ma l’emittente preleva ogni anno commissioni di gestione, dedotte dal corso del prodotto. In Europa vanno dallo 0,05 % allo 0,25 % annuo per gli ETP meno cari e salgono fino all’1 %, o addirittura al 2 %, per alcuni prodotti più datati, secondo la fonte. L’Amundi Bitcoin ETP applica lo 0,25 % annuo, senza commissioni di entrata né di uscita.
La guida illustra l’effetto della durata con 5’000 € investiti e un corso ipoteticamente fermo, acquisto e rivendita compresi:
- acquisto diretto allo 0,1 % per operazione: 10 €, qualunque sia la durata;
- acquisto diretto all’1,5 % per operazione (acquisto con carta): 150 €;
- ETP allo 0,25 % annuo e 1 € di intermediazione per ordine: 14,50 € su 1 anno, 64,50 € su 5 anni, 127 € su 10 anni;
- ETP allo 0,05 % annuo e 5 € di intermediazione per ordine: 4,50 € su 1 anno, 27 € su 10 anni.
La fonte ne sottolinea i limiti (rivendita alle stesse condizioni, prezzo invariato), ma conclude che la durata di detenzione, il prodotto e il mezzo di acquisto fanno una grande differenza.
Custodia e rischio di controparte
Nessuna delle due opzioni protegge dalla volatilità: il bitcoin ha già perso più del 50 % del suo valore in diverse occasioni, ricorda la guida, e un ETP scende altrettanto. La differenza riguarda la custodia.
Su una piattaforma il rischio principale è l’insolvenza dell’intermediario; il crollo di FTX nel 2022 ha mostrato che i fondi dei clienti possono restare bloccati per anni. Custodendo da sé i propri bitcoin se ne assumono altri: perdere la propria frase di recupero (12 o 24 parole) significa perdere i propri bitcoin. Sulla custodia assicurata dalle banche, si veda anche il nostro articolo dedicato a Deutsche Bank.
Con un ETP la custodia è affidata a un depositario specializzato che conserva le chiavi offline. Secondo la fonte, permangono diversi rischi:
- il rischio emittente: si detiene un credito, e il recupero del valore dei bitcoin dati in garanzia può richiedere tempo se l’emittente si trova in difficoltà;
- il rischio di liquidità: in pieno panico, la differenza tra prezzo di acquisto e di vendita può allargarsi;
- lo sfasamento orario: il bitcoin si scambia 24 ore su 24, la Borsa chiude la sera e nel fine settimana, e il titolo può aprire in netto calo dopo un fine settimana agitato;
- lo scarto di replica: costi e meccanica del prodotto possono far divergere leggermente la performance dell’ETP da quella del bitcoin.
Cosa resta da verificare per un investitore in Svizzera
Tutta la parte fiscale della guida riguarda la Francia e non ha un equivalente diretto in Svizzera. In linea di principio, sia i bitcoin detenuti direttamente sia le quote di ETP fanno parte della sostanza da dichiarare. Le modalità di dichiarazione e di valutazione dipendono dall’amministrazione fiscale del proprio cantone, e la nostra fonte non le specifica: è presso di essa che occorre informarsi.
Sul fronte degli ETP, bisogna scegliere tra diversi emittenti; la fonte cita Amundi, Bitwise, 21Shares, BlackRock e VanEck. Un altro punto che rileva: in caso di successione, un deposito titoli è censito dalla banca, mentre i bitcoin custoditi in un portafoglio personale, senza istruzioni lasciate ai familiari, rischiano di andare perduti. Per la guida non esiste una scelta giusta in assoluto. Questo articolo non costituisce una consulenza in materia di investimenti.
Fonti
- Journal du Coin: «Bitcoin en direct ou via un ETP sur compte-titres : que choisir ?»




